venerdì 31 maggio 2013

III° Teologico: la Grazia

Appunti dell'incontro teologico del 10/05/2013 con don Cesare Pagazzi

La Grazia, χάρις in Greco (si legge “Charis”) assume due accezioni diverse nel periodo arcaico e in quello successivo, in cui si sviluppa la Polis.
Il primo dei due significati lo si legge nei comportamenti dei personaggi omerici.
Achille si ritira dalla guerra di Troia perché Agamennone non corrisponde alla sua Charis: l’eroe greco combatte e vince per il suo comandante, ma quest’ultimo non lo considera e gli requisisce gran parte del suo bottino, tra cui la schiava Briseide.
La Charis è questo scambio reciproco e dovuto di favori. È una visione orizzontale di Grazia. Una grazia che si corrisponde tra pari. Nel periodo arcaico non si è ancora sviluppata la Polis, non c’è legislazione, si garantiscono quindi le relazioni con favori scambievoli: se io ti faccio Grazia mi aspetto che tu la ricambi per potermi compiacere.
COM-PIACERE: io ti faccio un piacere, una cosa a te gradita, e mi compiaccio (= provo piacere con te) perché tu mi fai capire che apprezzi il piacere che ti ho fatto.
Grazia, Charis, NON è in questo periodo un regalo disinteressato.
La Grazia si realizza quando c’è la Giustizia.

La successiva accezione che viene data alla Charis, dai Greci è di tipo verticale. Data cioè da un superiore verso degli inferiori.
In questo periodo si sviluppa la Polis, i favori reciproci non sono più necessari, sostituiti dalla legislazione cittadina.
Qui si insinua una visione distorta della Grazia, come un dono che un “capo” fa ai suoi “sottoposti” disinteressandosi del loro contraccambio (che sarebbe infinitamente piccolo rispetto alle sue possibilità), che quindi, non essendo più necessario, diventa inutile e non più presente.
Purtroppo è spesso questa la visione che si ha della Grazia di Dio verso gli uomini. Ma non è così!
Dio ritiene degno di Lui ogni nostro regalo. Cioè ogni nostro tentativo di ringraziare e di imparare a vivere. Il suo interesse per il nostro contraccambio è il segno della sua stima nei nostri confronti.

La GRAZIA come BELLEZZA

Alla Grazia si associa spesso il concetto di bellezza, che prende però sfumature diverse.
-La bellezza come armonia e proporzione, presente fin dall’antica Grecia, dove il termine Charis rimandava alle “tre grazie”, le dee che spandevano una bellezza buona, sensuale e fine.
-La bellezza del sublime. SUB-LIMES che letteralmente significa “sotto il limite”, qualcosa quindi che non rispetta le regole, ma che ci attrae. È un termine che associamo allo splendore, ma non è detto che nasca dalla perfezione. È qualcosa di difforme alle nostre attese. È la bellezza di un arte, come ad esempio quella di Picasso, che non ha più nella proporzione il suo fulcro ma si mostra quasi come deforme.

Superato il suo significato arcaico, la Bellezza è un dono gratis ma vuole sempre qualcosa in cambio: esige di stare alla sua altezza.
La bellezza disturba, perché si espone e si impone e non è possibile non prendere una posizione a riguardo.
Anche se uno non volesse saperne nulla, la bellezza non può essere ignorata, la bellezza si impone, ti rapisce, è un “colpo di grazia”. Davanti a lei possiamo voltare la faccia dall’altra parte oppure guardarla, rifiutarla o accettarla. Impone sempre una scelta, una presa di posizione.
“Ave o Maria, piena di Grazia”. In Greco il termine κεχαριτωμένη che si pronuncia kecharitoméne, è un passivo e si tradurrebbe come “riempita di Grazia”. La Grazia è infatti qualcosa che inizialmente noi subiamo. L’essere belli, simpatici, intelligenti, è qualcosa che ci è stato dato, un dono, una grazia, a noi il compito di stare all’altezza.
Un esempio di sublime lo possiamo leggere nelle piante: sono belle e luminose, ma si nutrono dalle radici nodose e deformi, circondate dalla terra umida.
Non dobbiamo aver paura del nostro deforme e di quello degli altri. Non bisogna vivere come se “l’humus” non esistesse, ma neanche come se esistesse solo “l’humus”. Bisogna avere il coraggio di scendere a conoscere il nostro deforme così da poter veramente splendere e slanciarci verso l’alto come i rami delle piante. Lo mostra lo stesso Dante nella Divina Commedia, dove per arrivare alla Trinità bisogna passare per l’Inferno.
Maria Melacarne

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